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Referendum sulla Giustizia. L’Editoriale del Segretario Provinciale PRC Valerio Preite

Continuando il dibattito circa il Referendum abrogativo sulla Giustizia del 12 Giugno 2022, ci onoriamo di pubblicare l’Editoriale di Valerio Preite contenente una minuziosa analisi politica sui vari quesiti posti ai Cittadini, chiamati ad esprimersi.

Valerio Preite è stato eletto Segretario Provinciale di Rifondazione Comunista nel Settembre 2021. Dottore in Sociologia e specializzato in ricerca sociale e sviluppo del territorio, dal Dicembre 2018 al Marzo 2021 è stato sociologo ricercatore junior presso il Dipartimento di Storia, Società e Studi sull’Uomo dell’Università del Salento.

 

Il 12 giugno prossimo le urne attendono milioni di elettori, sia per le amministrative in 978 Comuni sia per il referendum sulla giustizia. Mentre il voto per le amministrative è più d’impatto, in quanto si va per simpatia del candidato di turno e per affinità ai corrispondenti partiti, il voto referendario sul tema della giustizia comporta un reticolato di difficoltà, in quanto il tema è complesso e sconosciuto nelle norme legislative che lo regolano per una moltitudine di persone. Tanto più che i media fanno informazione limitata sui fatti correnti del Paese, anche a causa della guerra in corso in Ucraina.

C’è anche un altro motivo che vede uno scarso interesse al referendum nello specifico; infatti, per decriptare i quesiti ed evincerne il senso bisognerebbe prender lezioni full time da giuristi, esperti nei temi specifici legati ai grandi temi del referendum prossimo e non sarebbe davvero sufficiente l’informazione mainstream. Avete provato a dare un’occhiata ai quesiti? Sono formulati con codice linguistico in modalità burocratese.

Questo referendum è promosso da 9 consigli regionali a maggioranza di centrodestra, aderendo al solito scontro tra politica e magistratura, che da anni è un fattore di logoramento della democrazia costituzionale. Noi di Rifondazione crediamo che vada respinta l’impostazione del solito tentativo di una parte del potere costituito di limitare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura.

I referendum, attuati soprattutto dalla metà degli anni ’70, hanno inciso moltissimo sulla cultura del Paese. Grandi temi: divorzio, aborto, no al nucleare, acqua pubblica bene comune ecc. Ma proprio per questo riteniamo sbagliato somministrare un “pacchetto referendario”, ipertecnicista, che tagliuzza centinaia di leggi, dovendo rispettare il carattere abrogativo costituzionale. La popolazione non può capire in questa modalità. Si allontana da un istituto referendario utilizzato strumentalmente. Non è questa la strada, come, con enfasi inopportuna e grottesca, sostengono Lega, Forza Italia, Italia Viva. Per questo crediamo che si possano votare 5 NO, rifiutando l’impianto e la manovra strumentale.

Dei cinque quesiti due sono ininfluenti perché assorbiti dalla “riforma Cartabia” che verrà votata a metà giugno. Tre sono i quesiti dei quali come partiti stiamo discutendo.

Analizziamo nel dettaglio:

Primo punto: «Volete voi che sia abrogato il decreto legislativo 31 dicembre 2012, n. 235 (Testo unico delle disposizioni in materia di incandidabilità e di divieto di ricoprire cariche elettive e di Governo…’, corrisponde al primo quesito in scheda rossa.

Qui con un tratto di penna i proponenti vogliono cancellare gran parte della legge Severino, cioè la legge che prevede la non candidabilità e la decadenza per coloro che hanno subito una condanna superiore ai due anni. La regola vale per le candidature al Parlamento italiano ed europeo e per i ruoli di governo. Si applica anche, ma solo per alcuni reati, agli amministratori locali, che vengono sospesi dalla carica anche dopo la sentenza di primo grado.

Secondo punto: «Volete voi che sia abrogato il decreto del Presidente della Repubblica 22 settembre 1988, n.447 (Approvazione del codice di procedura penale) risultante dalle modificazioni e integrazioni successivamente apportate, limitatamente alla seguente parte: art.274, comma 1, lettera c), limitatamente alle parole.. “.

Il tema è la custodia cautelare.

Il quesito che riteniamo più importante è quello collegato all’abuso della custodia cautelare., contro il quale combattiamo da una vita come Rifondazione Comunista. Tema fondativo per uno Stato di diritto, perché la custodia cautelare spesso si trasforma in un anticipo della pena: il carcere senza processo e senza sentenza. Ne soffre soprattutto la “povera gente” Sappiamo, infatti, che l’esecuzione penale ha risvolti classisti. Quale è, allora, il punto? Il quesito, che affronta un tema così rilevante, se vincesse il SI, porterebbe conseguenze molto dannose. Perché esso non interviene sugli abusi, ma opera una riduzione del campo di applicazione. Sarebbero impuniti reati come il finanziamento illecito dei partiti (non a caso), reati ambientali, femminicidi, perché il giudice non potrebbe emettere misure cautelari basate sul pericolo di “reiterazione del reato”, se non per alcune tipologie di reato.

Terzo quesito (in scheda gialla) riguarda la funzione dei magistrati. Si chiede: “Volete abrogare la norma che oggi consente di passare, nel corso della propria carriera, dal ruolo di giudice a quello di pubblico ministero (accusatore) e viceversa?”

E’ molto importante opporsi al quesito sulla separazione delle carriere. Il quesito è incostituzionale. L’art 104 della Costituzione recita: “la magistratura costituisce un ordine indipendente ed autonomo da ogni altro potere”. E l’art. 107 scrive:” i magistrati si distinguono tra loro solo per diversità di funzioni”. La magistratura giudicante e quella requirente (pubblici ministeri) fanno parte dello stesso ordine; la loro carriera è gestita dallo stesso organo di autogoverno (Consiglio Superiore della Magistratura). In questo contesto, a differenza che nel passato, il pubblico ministero gode delle stesse garanzie di indipendenza. Le destre hanno spesso tentato, negli ultimi anni, di ricondurre il pubblico ministero sotto il controllo del potere politico, ma si è scontrata con il dettato costituzionale.

Noi di Rifondazione siamo per la separazione delle funzioni ( non delle carriere), prevedendo anche un solo passaggio tra giudice e pubblico ministero. È giusto evitare passaggi da una parte all’altra senza motivo. Ma il quesito referendario tende ad elevare uno steccato tra le due carriere, chiudendo il pubblico ministero in un ghetto dal quale non potrebbe più uscire nel corso di tutta la sua carriera professionale. Diventerebbe automaticamente, oggettivamente, un “passacarte” delle Sezioni di Polizia Giudiziaria, un “braccio armato” del governo; non più parte imparziale del processo ma avvocato dell’accusa. Allontanando il pubblico ministero dalla cultura della giurisdizione . Ma io credo molto nella obbligatorietà dell’azione penale (art.112 della Cost.): “il P.M. ha l’obbligo di esercitare l’azione penale” In definitiva, il “pacchetto referendario” proposto dalle destre, se fosse approvato, produrrebbe una lesione nell’impianto costituzionale.

Per tutti i motivi che ho appena espresso noi di Rifondazione Comunista invitiamo i cittadini a votare NO!

La riforma della giustizia merita una più profonda riflessione.

Dopo anni di arretramento, sono necessari radicali interventi di forte segno democratico, anche per costruire un argine al degrado securitario, patriarcale, omofobo, proibizionista, razzista. Quanti “pacchetti sicurezza” repressivi dovremo abrogare? Non occorre, forse, ripristinare il rispetto della concezione costituzionale della pena (“mai vendetta di Stato”, disse l’Assemblea Costituente), allargando i campi di applicazione delle misure alternative al carcere, fissando, come in quasi tutti i Paesi europei, un tetto massimo alla pena detentiva. Viviamo un passaggio di fase pericoloso. L’emergenzialismo post pandemia e, ora, il clima di guerra stanno segnando una deriva verso lo “Stato di eccezione”, lo “Stato del controllo”. Si diffondono misure repressive, arresti domiciliari, fogli di via, obblighi di firma, come strumenti del potere per “insorgenze di ordine pubblico”; cioè per colpire attivisti politici, movimenti sociali, soggetti critici verso il potere. I casi stanno diventando numerosissimi. Sembra, insomma, che all’ordinamento penale sia stata delegata la regolazione dei conti con il conflitto sociale.

Dobbiamo lanciare una sfida alta, democratica, che rinnovi e rafforzi le istituzioni repubblicane.

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